Naturale a Navelli

Nel nostro lavoro, per certi versi così solitario, le amicizie e i rapporti fra produttori giocano un ruolo fondamentale. Sono quella rete che ti permette di sentire la solidarietà, di trovare conferme, anche pratiche, nel lavoro che stai facendo, di sentirti parte di una grande comunità artigiana che si passa conoscenze e segreti del mestiere, che restituisce identità in un mondo dove le logiche dell’industria e il culto del denaro sono schiaccianti. Se fate i viticoltori come mestiere artigiano questi momenti di incontro occuperanno una parte importante della vostra vita. Se prenderete questi incontri, queste manifestazioni,  solo come un occasione per agganciare distributori, agenti o clienti, occuperanno semplicemente una gran parte di giorni, tempo nel senso di tempo lineare, che valuterete secondo la quantità di vino venduto. Se invece le prenderete come occasioni di incontri e crescita, di scambi con altri produttori e amici, il tempo che occuperanno sarà molto più vasto, e le cose che vi porterete a casa vi resteranno dentro molto a lungo.
Naturale, la fiera di Navelli, per me è stato sopratutto questo. Sono partito per l’Abruzzo senza una sola bottiglia da fare assaggiare, ma pieno di voglia di rivedere Luca Paolo, Benedetta, Paolo, Marco, Emanuele e tutti gli amici che avevano organizzato questo evento. Volevo far sentire la mia solidarietà ai ragazzi dell’Abruzzo, terra che ha molto sofferto, volevo sentirli vicini a mia volta, ma certo non mi aspettavo che sarebbe stata un esperienza così bella, così serena, così riconciliante con un mondo di amici da cui ero mancato dopo Fornovo.

Assieme a Carlo Noro, Emanuele Giannone e Giuseppe Altieri prima della conferenza di apertura a Navelli.

Sono stato invitato dagli organizzatori, grande onore e piacere,  per prendere la parola alla conferenza di apertura in cui, assieme a Carlo Noro, Michele Lorenzetti, Claudio Menicocci e Giuseppe Altieri,  si è parlato della pratica agricola biologica e biodinamica e si è discusso di come  questa influisca sulla salute dell’uomo e della terra. Quando Emanuele mi ha introdotto definendomi “un agricoltore su cui si potrebbe scrivere un trattato per come lavora la terra”, mi sono sentito molto in imbarazzo e spronato al tempo stesso. Ho cercato di muovermi fra diversi temi che mi stanno a cuore e che ruotano attorno alla cura della terra e  per me è stato un piacere poter raccontare della mia esperienza  e richiamare l’attenzione sul fatto che il contadino siciliano sia stato così allontanato dalle pratiche millenarie che meglio conosceva. Andando in giro nella mia zona si possono vedere vigneti che sembrano in uno stato di perfezione immobile: non un filo d’erba, considerata nemico mortale delle riserve idriche, terreni che hanno già avuto a fine aprile il passaggio di macchine una dietro all’altra, prima  un disseccante sotto fila e nella fila un sovescio sostenuto con concimazioni a base di urea, poi una trinciatura, poi una aratura, poi una fresatura e in seguito un passaggio con il vibrocoltivatore, un passaggio che si ripeterà ancora molte volte. Lavorazioni anche fatte in tempi sbagliati che sollevano zolle di terra destinate a diventare come pietre e che rendono il terreno impercorribile all’uomo. Un modello di viticoltura mirato alle rese alte e allo sviluppo quantitativo in un moto folle a rincorrere sempre più produzione quanto minore è il prezzo a cui  le uve vengono vendute, innescando una spirale di diminuzione dei prezzi senza fine e un altrettanto infinito aumento dei supporti artificiali a una terra che semplicemente, e ragionevolmente, non riesce a dare da sola tutto quello che le chiediamo e tanto meno nel modo in cui glielo chiediamo.
Vedere questi contadini credersi felici dello stato delle cose perchè si sentono seguiti da chi sa più di loro, e avere in realtà la percezione sottile della loro infelicità, di quell’estraniamento di chi si sente espropriato e non capisce nemmeno cosa gli è stato tolto, perchè è un’intera identità data da conoscenze sedimentate nei secoli che gli è stata levata,  è tristissimo e fa capire che una grossa responsabilità sta in come si è interpretata la professione del consulente. Le figure dell’agronomo o dell’enologo, per chi comincia questo lavoro sono professioni di grande responsabilità, perchè effettivamente possono aiutarci moltissimo, l’agricoltura non si può improvvisare, ma proprio per questo motivo, bisognerebbe che la formazione di queste persone fosse seguita con estrema attenzione. Troppo spesso poi gli agricoltori si appoggiano ai consigli di chi rivende loro i prodotti, chi sta dietro al bancone dei consorzi agrari o dei punti di vendita, che nelle vigne o nei terreni di chi gli sta di fronte non ha mai messo piede. Non voglio colpevolizzare nessuno, ma c’è una logica che ormai pervade la società e sta nel concetto di moda e novità, che ha permeato tutto il mercato anche perchè funzionale al profitto delle aziende chimiche. La ricerca scientifica dovrebbe sapersi muovere su diversi piani e non solo quelli su cui si muove ora, e i vecchi saperi contadini dovrebbero essere rivalutati per dare forza e identità a questo mestiere dell’uomo che lavora la terra e permette a noi e al nostro pianeta la sopravvivenza. Mio padre, ‘biodinamico’ senza nemmeno saperlo, che compostava il letame e considerava gli animali il cuore dell’azienda agricola, aveva come ‘consulente’ Totò Barone, come il Don Vittoria di Arianna, un uomo senza lauree che gli ha permesso di condurre l’azienda in biologico sin dall’inizio. La sua intelligenza è stata capire che andava ascoltato e non modernizzato e scaraventato nel ‘progresso’.

Con Alice Colantonio davanti ad una favolosa minestra di ceci della proloco di Navelli.

Tanti poi i dibattiti a cui ho partecipato e in cui il livello, sempre molto alto, mi ha aiutato a riflettere. Tutte le persone che hanno parlato come relatori, o sono intervenute, avevano il comune denominatore di non essere lì per mettersi in mostra e in vendita, per crearsi un personaggio o per confermarlo, ma era invece una riflessione vera in cui le parole erano legate ad un significato profondo, in cui ciascuno metteva la sua esperienza e la propria volontà di capire e spiegare: la bella visione tecnica e artigianale di Gaspare Buscemi che ci ha presentato il decalogo dell’artigiano e una immagine della biodinamica interpretata  alla luce della conoscenza di processi razionali e tecnici appresi all’università; la passione sregolata e visionaria di Nicoletta Bocca che ci ha raccontato il rapporto fra le parole con cui si parla del vino e il contenuto che sta venendo a mancare come in una nuova epoca della sofistica, entrambi sentiti come relatori in un altro seminario. Sono passato dal linguaggio filosofico di Emanuele Giannone e Giampaolo Gravina, nel dibattito sulla degustazione dei vini naturali,  alle riflessioni dei degustatori critici come Alice Colantonio e Nicoletta Dicova, dalle immagini silenziose ma eloquenti di Giulia Graglia nel documentario Senza Trucco all’eloquenza silenziosa di Giulio  Armani nel parlare dei vini de La Stoppa e Dinavolo, dalla minestra di ceci della Proloco alla cena abruzzese in casa dei suoceri di Emanuele con una padellata di papaveri e tagliatelle allo zafferano. Due giorni densi e favolosi.

Quando sono partito pioveva a dirotto, ma in qualche modo, per me, dopo tutti questi mesi di solitudine, era come se il cielo fosse tornato di nuovo limpidissimo.

La gente a Navelli, una grandissima soddisfazione.