Il tempo del raccolto. Un ricordo dell’estate a Cerasa

Il mese scorso, l’amico Francesco Orini mi ha chiesto di raccontare per Pietre Colorate cosa era, nella mia memoria,  l’estate a Cerasa. Ora questo racconto estivo è davvero sull’ultimo numero Pietre, un giornale che in edicola non si trova . Così, per tutti quelli che ancora non lo ricevono, ho pensato di pubblicarlo anche qua. Il nostro lavoro è fatto anche  di questo: racconti, ricordi, immagini,  sensazioni di stagioni e di luoghi che cerchiamo di far sentire attraverso i vini.

“L’estate ha sempre rappresentato  l’incarnazione del detto che vuole prima il dovere e poi il piacere.
Infatti sin da piccolo non amavo vivere in città, per quanto Palermo sia bella, ma amavo stare in campagna dove avevo mille cose da fare e scoprire, e poi c’erano gli animali…Ricordo che finita la scuola si preparavano le valige per il trasferimento, infatti allora lo consideravamo un trasferimento a pieno titolo di almeno tre o quattro mesi in quanto la vendemmia, che ne determinava la fine,  era in pieno ottobre, mentre oggi capita di salire e scendere dalla campagna alla città anche due volte al giorno. Il punto che segnava l’inizio della nuova estate era il passaggio delle “gole” della vecchia strada oggi sostituita dalla nuova superstrada che per fortuna non è riuscita a cancellare del tutto questa emozione di entrare in un altro mondo.
C’erano tante storie su quelle gole da banditi, infatti erano il luogo preferito della “banda Giuliano” per i suoi  agguati e poi c’era la casa matta della seconda guerra, e poi la storia di quando il nonno Francesco fermò la macchina con il proprio corpo quella volta che gli si ruppero i freni .
Più grande, cresciuta la fattoria degli animali, aumentava il lavoro, anzi il piacere per l’occupazione che dava il taglio del fieno con l’imballatura nelle notti che faceva “ù rento”, un venticello umido,  e l’ingresso della paglia con la luce accecante della vera e propria estate. Sì,  perchè da noi l’estate abbaglia e se vuoi lavorare in campagna ci devi essere abituato.

D’estate a Cerasa, quando il sole è ormai tramontato, la terra finalmente respira. Tra il giallo della paglia e delle erbe bruciate dal calore e dalla luce, le ondate verde intenso della vigna sembrano quasi impossibili.

Poi quasi ogni anno, di questa stagione, mio padre s’inventava un agenda che prevedeva sempre spietrature del terreno, quelle non mancavano mai e le pietre più grandi si rompevano con la mazza! E poi c’erano sempre gli orti, immensi campi con tutti gli ortaggi possibili e oggi, che mi rendo conto che le cose non sono così scontate come credevo allora, ripenso sempre  – quando vado al punto agricolo e vedo tutte quelle piantine ibride di ortaggi – ai “provini “ che faceva il nostro Totò, cioè il semenzaio per le verdure che si sarebbero messe a dimora nell’orto dai semi dell’annata precedente. Piantine, queste, che possono essere coltivate con facilità e senza l’uso di sostanze chimiche se solo ci si accontenta di minori quantità e di frutti di dimensioni normali.
La vigna poi richiedeva l’intervento di manodopera per “l’impupata”, la legatura dei tralci nuovi, e le lavorazioni della terra prima con il mulo – me lo ricordo appena –  e poi finalmente con un piccolo trattore da 35 cavalli, e dopo tutto il lavoro, finalmente il raccolto. In estate c’è anche questo di bello,  che se organizzi bene la tua azienda, diceva mio padre, raccogli sempre: a giugno si mieteva il grano e poi si entrava la paglia, a luglio e agosto c’era la raccolta degli ortaggi e delle pere e a settembre e ottobre la vendemmia, che iniziava con il Trebbiano.
Così, ahimè,  arrivava il momento di scendere e si riprendeva la scuola in città in attesa dell’estate che , oltrepassate le gole, sarebbe venuta ancora.”

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