Il tempo del raccolto. Un ricordo dell’estate a Cerasa

Il mese scorso, l’amico Francesco Orini mi ha chiesto di raccontare per Pietre Colorate cosa era, nella mia memoria,  l’estate a Cerasa. Ora questo racconto estivo è davvero sull’ultimo numero Pietre, un giornale che in edicola non si trova . Così, per tutti quelli che ancora non lo ricevono, ho pensato di pubblicarlo anche qua. Il nostro lavoro è fatto anche  di questo: racconti, ricordi, immagini,  sensazioni di stagioni e di luoghi che cerchiamo di far sentire attraverso i vini.

“L’estate ha sempre rappresentato  l’incarnazione del detto che vuole prima il dovere e poi il piacere.
Infatti sin da piccolo non amavo vivere in città, per quanto Palermo sia bella, ma amavo stare in campagna dove avevo mille cose da fare e scoprire, e poi c’erano gli animali…Ricordo che finita la scuola si preparavano le valige per il trasferimento, infatti allora lo consideravamo un trasferimento a pieno titolo di almeno tre o quattro mesi in quanto la vendemmia, che ne determinava la fine,  era in pieno ottobre, mentre oggi capita di salire e scendere dalla campagna alla città anche due volte al giorno. Il punto che segnava l’inizio della nuova estate era il passaggio delle “gole” della vecchia strada oggi sostituita dalla nuova superstrada che per fortuna non è riuscita a cancellare del tutto questa emozione di entrare in un altro mondo.
C’erano tante storie su quelle gole da banditi, infatti erano il luogo preferito della “banda Giuliano” per i suoi  agguati e poi c’era la casa matta della seconda guerra, e poi la storia di quando il nonno Francesco fermò la macchina con il proprio corpo quella volta che gli si ruppero i freni .
Più grande, cresciuta la fattoria degli animali, aumentava il lavoro, anzi il piacere per l’occupazione che dava il taglio del fieno con l’imballatura nelle notti che faceva “ù rento”, un venticello umido,  e l’ingresso della paglia con la luce accecante della vera e propria estate. Sì,  perchè da noi l’estate abbaglia e se vuoi lavorare in campagna ci devi essere abituato.

D’estate a Cerasa, quando il sole è ormai tramontato, la terra finalmente respira. Tra il giallo della paglia e delle erbe bruciate dal calore e dalla luce, le ondate verde intenso della vigna sembrano quasi impossibili.

Poi quasi ogni anno, di questa stagione, mio padre s’inventava un agenda che prevedeva sempre spietrature del terreno, quelle non mancavano mai e le pietre più grandi si rompevano con la mazza! E poi c’erano sempre gli orti, immensi campi con tutti gli ortaggi possibili e oggi, che mi rendo conto che le cose non sono così scontate come credevo allora, ripenso sempre  – quando vado al punto agricolo e vedo tutte quelle piantine ibride di ortaggi – ai “provini “ che faceva il nostro Totò, cioè il semenzaio per le verdure che si sarebbero messe a dimora nell’orto dai semi dell’annata precedente. Piantine, queste, che possono essere coltivate con facilità e senza l’uso di sostanze chimiche se solo ci si accontenta di minori quantità e di frutti di dimensioni normali.
La vigna poi richiedeva l’intervento di manodopera per “l’impupata”, la legatura dei tralci nuovi, e le lavorazioni della terra prima con il mulo – me lo ricordo appena –  e poi finalmente con un piccolo trattore da 35 cavalli, e dopo tutto il lavoro, finalmente il raccolto. In estate c’è anche questo di bello,  che se organizzi bene la tua azienda, diceva mio padre, raccogli sempre: a giugno si mieteva il grano e poi si entrava la paglia, a luglio e agosto c’era la raccolta degli ortaggi e delle pere e a settembre e ottobre la vendemmia, che iniziava con il Trebbiano.
Così, ahimè,  arrivava il momento di scendere e si riprendeva la scuola in città in attesa dell’estate che , oltrepassate le gole, sarebbe venuta ancora.”

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L’arrivo delle macchine ovvero attrezzatura cercasi.

Beppe,  in attesa di caricare, sembra quasi un capitano di ventura, un Giovanni dalle Bande Nere,  nascosto dietro a uno scudo o a un marchingegno da guerra disegnato da Leonardo Da Vinci .

Stamattina mi ha chiamato Alessandro Dettori e mi ha detto
:” Siamo o non siamo un gruppo di produttori? Questo vorrà pure dire qualcosa. Se ognuno tira fuori dalla cantina o da sotto il ricovero un attrezzo che non usa più, possiamo darti una mano senza troppi problemi.” Proprio durante la mattina stavo scrivendo questo post perchè la storia è ricominciata proprio così, con i primi attrezzi usati avuti in prestito. Mi è sembrato un bel segno del destino oltre che  la solita sintonia con Alessandro.
Poche parole, qualche immagine e le tante cose di cui sono alla ricerca. Eccole qua.

Cosa fare quando avete per le mani un terreno e siete senza attrezzature per lavorarlo? Semplice, o quasi semplice: provate a chiedere a qualche amico viticoltore se ha qualche attrezzo che non usa e che può prestarvi. Nella testa di chi lavora la terra,  l’idea di fondo è quella che è meglio non buttare via mai nulla. Si è sempre stati per la cultura della durata. Almeno fino a pochissimo tempo fa’. Il secondo lavoro di un contadino potrebbe essere conservatore in un museo: sarebbe bravissimo. Ogni attrezzo, anche se sostituito di recente, può sempre venire utile e quindi viene messo in magazzino, e in campagna è più facile che manchino i soldi che lo spazio. Una buona strategia quella della durata e della conservazione degli oggetti, visto che in questo caso ne sto approfittando.
Un trattore cingolato, un ripper a tre punte e dischi, adatto più all’inverno che all’estate, una trincia – indispensabile – e un solforatore, sono quello che sono riuscito a raccogliere in giro per poter fare i primi lavori, gli strumenti di base per arrivare quasi a fine vendemmia. Intanto la ricerca continua. Se avete qualcosa che riposa da troppo tempo sotto il vostro portico o in qualche magazzino, potreste mandarlo a farsi una vacanza in Sicilia per qualche stagione. Ospito volentieri un ripper a cinque punte, un vibrocoltivatore, un aratro a disco o un disco tagliaerba per lavorare il sottofila senza dover decespugliare, un ripuntatore, una vangatrice e un animale

Beppe carica il cingolo con il ripper a tre punte e i dischi. Il pianale del gommato è stato alzato su tronchi e assi per mettersi a livello col piano del camion. Sembra una macchina da guerra su un ponte levatoio.

mangiapietre, visto che a Cerasa ce n’è una infinità e mio padre non è più qua col suo calendario di lavori estivi che prevedeva le spietrature.
Le macchine che vedete se le è portate dal nord Italia sino a Cerasa il signor Alfano, trasportatore gentiluomo di San Giuseppe Jato,  dopo avergli fatto fare un giro in nave  nel mediterraneo. Mi ha aiutato a scaricarle, attaccando e staccando attrezzi, condividendo la rabbia quando restava olio in pressione e gli spinotti non entravano, non battendo ciglio quando una punta del ripper si è portata via un pezzo del pianale.
Li hanno caricati Aurel e Beppe, la cui consulenza tecnica e telefonica è stata bellissima, immancabile ed efficace.

Le macchine arrivano a Cerasa. Il camion accosta alla scarpata per far scendere cingolo e attrezzi ma anche alzando al massimo, la punta del ripper entra nel pianale.

Poche ore dopo l’arrivo del camion, sto gia provando la trincia nel tendone. Non mi pare vero di poter ricominciare a lavorare la terra di Cerasa proprio da quella vigna che in questi anni ha permesso di ridare al Trebbiano di Sicilia una nuova fisionomia. Tengo alto perchè le pietre sono parecchie e anche se la trincia è di seconda mano, sembra nuova e ho paura a rovinarla subito. Bisogna riprendere confidenza.

Una volta voi dovete essere stato cavallo.

Un giorno, mentre passeggiavano insieme, Tolstoj si fermò davanti ad un cavallo e cominciò a parlare come se lo stesse facendo al posto dell’animale, raccontandone i sentimenti ed i pensieri. “Non solamente egli s’identificava con esso – scrive Turgenev – ma costrinse anche me a mettermi nell’animo di quell’essere disgraziato. Non mi tenni dal dirgli: Sentite, Lev Nikolaevič, una volta voi dovete essere stato un cavallo.”

“Allora non potevo in nessun modo capire che cosa volesse dire essere chiamato proprietà di un uomo. Le parole “mio cavallo” si riferivano a me, un essere vivo e mi sembravano altrettante strane espressioni “terra mia”, “aria mia”, “acqua mia”.
Ero infelice.
Gli uomini immaginavano che io non appartenessi a Dio e a me stesso come è proprio di ogni essere vivente, ma che fossi proprietà del capostalliere…
Il “mio cavallo”, la “mia terra”, la “mia acqua”.
Queste parole ebbero una grande influenza su di me.
Ci ripensavo di continuo e soltanto in seguito, dopo aver avuto i rapporti più svariati con la gente, capii finalmente il significato che gli uomini attribuiscono a tali strane parole.
Il loro significato è il seguente: nella loro vita gli uomini si lasciano guidare non dalle azioni ma dalle parole.
Amano non tanto la possibilità di fare una cosa, quanto di dire su determinate cose certe parole convenute.
Le parole che considerano molto importanti sono: mio, mia, miei, che usano a proposito di vari oggetti, perfino della terra, degli uomini e dei cavalli.
Si accordano perchè uno solo fra loro possa dire per una data cosa: mia.
E colui che può, secondo le regole di questo gioco, dire mia riferendosi al più gran numero di cose è considerato il più felice di tutti.
Ora sono convinto che la differenza fondamentale che distingue gli uomini da noi consiste proprio in questo.
E perciò, senza parlare di altri nostri vantaggi di fronte agli uomini, possiamo già per questa sola ragione affermare arditamente che, nella scala degli esseri viventi, noi occupiamo un gradino più alto del loro.
Infatti l’attività degli uomini, per lo meno di quelli coi quali ho avuto a che fare, s’ispira alle parole, mentre la nostra è ispirata dai fatti.”

Lev Nikolaevic Tolstoj, Passolungo. Storia di un cavallo.

“Mi è capitato l’estate scorsa di lavorare delle vigne con l’aiuto di un cavallo.
Energia è la parola che ogni volta arriva per prima alla luce.
Fortemente attaccato alla terra, così mi sono sentito in quel momento e non ne faccio una questione suggestiva, elaborata da un freddo ragionamento, parlo solo di sensazioni, sentire.
Tutto qui.
Non tocco temi etici perchè mi interrogo quotidianamente sul giusto e lo sbagliato e risposte non ne trovo.
L’unico mio agire tra gli uomini, gli animali e la natura vorrei fosse sempre dettato dal sentire, sentire l’energia, la vita uscire uscire fuori e aggrapparsi a me.”
F. OriniFrancesco Orini è anche fotografo e questo cavallo lo ha incontrato nel Beaujolais. Alla nomadica ricerca del filo profondo che tiene assieme la sua vita, lo segue come nel deserto si segue il filo invisibile dell’acqua che ogni tanto risale in superficie dandoci finalmente un luogo di riposo e un desiderio di fermarci. Ha deciso di abitare in un camper per essere sempre pronto a ripartire ed è lì che l’ho incontrato una sera di due anni fa uscendo dalla fiera di Cerea. Si sposta molto, ma si ferma anche per lunghi periodi, entrando e attraversando mestieri e persone diverse quando sente che possono essere oasi.

 

La tribù della Sicilia Occidentale

Se pensate che queste siano solo due tazzine da caffè e due bicchieri d’acqua, vi state sbagliando. Quello che avete davanti è il mio incontro con Massimiliano Solana della cooperativa Valdibella e la posa delle prime tende della tribù della Sicilia Occidentale. Ero così preso dall’incontro e da quello che via via nasceva dalla discussione, che mi sono dimenticato completamente di fotografare Massimiliano.
Che cos’è la tribù della Sicilia Occidentale?
Tutto il discorso nasce da un incontro tenutosi a Bologna fra un gruppo di produttori di vini naturali/artigianali sotto esortazione e supervisione di Barbara e Paolo di Sorgente del Vino, una riunione in cui ci chiedevamo tutti assieme come era possibile uscire da questa impasse che il movimento dei vini naturali stava subendo e come reagire allo sgretolamento delle varie manifestazioni che si stanno moltiplicando attorno a Verona e Vinitaly. Sembra che quello che poteva essere un movimento dotato di finalità comuni, stia lavorandosi contro puntando l’attenzione più sulle divisioni che su una cultura agricola condivisa e in questo moltiplicarsi di fiere si stia cercando di tamponare le emoraggie di aziende che passano da una manifestazione all’altra, con aziende magari ‘improvvisate naturali’. Cosa dobbiamo fare? Stringere le viti della certificazione su carta basata su pesi, misure e prodotti dati in vigna forse non ha senso, dal momento che qualsiasi industria è in grado di ricreare quelle condizioni per poche migliaia di bottiglie di immagine. Quindi che tipo di certificazione o autocertificazione pensare? Molte le idee in quella giornata e illuminante l’intervento di Corrado Dottori, che proponeva una manifestazione unitaria sull’identità di movimento ala scoperta di ciò che ci accomuna, piuttosto che sulll’aspetto commerciale e di vendita, importante ma non unico. Comunicazioni così dense di contenuti sulle quali sarà necessario tornare.
Fra le tante idee anche quella  che il movimento dei vini naturali possa essere come una grande federazione di tribù, diverse fra loro ma legate da un filo comune, piccole comunità che cercano di mantenere vivo un lavoro e un contatto fra loro durante tutto l’anno, e non solo durante le manifestazioni che ormai tutti conosciamo, tribù  che possano diventare un riferimento per chi vuole cominciare con un agricoltura diversa e un modo diverso di guardare al vino, e che permettano quella certificazione fortissima che è la conoscenza e la fiducia reciproca secondo quello che è stato l’esempio di Vini Veri al suo inizio.
Con Massimiliano abbiamo pensato che potevamo incominciare a lavorare su questa zona, trovandoci più spesso tra di noi che stiamo nelle provincie della Sicilia Occidentale, e poi cercare di incontrare produttori nuovi che vogliono capire cosa significa lavorare in modo naturale, persone che incominciano a bere vini naturali, tutti coloro che ci possono sentire come un punto di riferimento e d’aiuto. Dobbiamo farci conoscere nei nostri posti e diventare uno strumento per chi vuole sapere di più perchè, come dice Christine Cogez di Fornovo, non siamo ancora profeti nemmeno a casa nostra e intanto sperare che anche la Sicilia Orientale si ritrovi e si esca insieme dall’isolamento. Per noi, il grande entusiasmo è già nello stabilire contatti, nel ridare importanza a rapporti di collaborazione e solidarietà, di condivisione,  che qua da noi in Sicilia non sono così scontati come sembrerebbe.
A presto, allora, Massimiliano.

Naturale a Navelli

Nel nostro lavoro, per certi versi così solitario, le amicizie e i rapporti fra produttori giocano un ruolo fondamentale. Sono quella rete che ti permette di sentire la solidarietà, di trovare conferme, anche pratiche, nel lavoro che stai facendo, di sentirti parte di una grande comunità artigiana che si passa conoscenze e segreti del mestiere, che restituisce identità in un mondo dove le logiche dell’industria e il culto del denaro sono schiaccianti. Se fate i viticoltori come mestiere artigiano questi momenti di incontro occuperanno una parte importante della vostra vita. Se prenderete questi incontri, queste manifestazioni,  solo come un occasione per agganciare distributori, agenti o clienti, occuperanno semplicemente una gran parte di giorni, tempo nel senso di tempo lineare, che valuterete secondo la quantità di vino venduto. Se invece le prenderete come occasioni di incontri e crescita, di scambi con altri produttori e amici, il tempo che occuperanno sarà molto più vasto, e le cose che vi porterete a casa vi resteranno dentro molto a lungo.
Naturale, la fiera di Navelli, per me è stato sopratutto questo. Sono partito per l’Abruzzo senza una sola bottiglia da fare assaggiare, ma pieno di voglia di rivedere Luca Paolo, Benedetta, Paolo, Marco, Emanuele e tutti gli amici che avevano organizzato questo evento. Volevo far sentire la mia solidarietà ai ragazzi dell’Abruzzo, terra che ha molto sofferto, volevo sentirli vicini a mia volta, ma certo non mi aspettavo che sarebbe stata un esperienza così bella, così serena, così riconciliante con un mondo di amici da cui ero mancato dopo Fornovo.

Assieme a Carlo Noro, Emanuele Giannone e Giuseppe Altieri prima della conferenza di apertura a Navelli.

Sono stato invitato dagli organizzatori, grande onore e piacere,  per prendere la parola alla conferenza di apertura in cui, assieme a Carlo Noro, Michele Lorenzetti, Claudio Menicocci e Giuseppe Altieri,  si è parlato della pratica agricola biologica e biodinamica e si è discusso di come  questa influisca sulla salute dell’uomo e della terra. Quando Emanuele mi ha introdotto definendomi “un agricoltore su cui si potrebbe scrivere un trattato per come lavora la terra”, mi sono sentito molto in imbarazzo e spronato al tempo stesso. Ho cercato di muovermi fra diversi temi che mi stanno a cuore e che ruotano attorno alla cura della terra e  per me è stato un piacere poter raccontare della mia esperienza  e richiamare l’attenzione sul fatto che il contadino siciliano sia stato così allontanato dalle pratiche millenarie che meglio conosceva. Andando in giro nella mia zona si possono vedere vigneti che sembrano in uno stato di perfezione immobile: non un filo d’erba, considerata nemico mortale delle riserve idriche, terreni che hanno già avuto a fine aprile il passaggio di macchine una dietro all’altra, prima  un disseccante sotto fila e nella fila un sovescio sostenuto con concimazioni a base di urea, poi una trinciatura, poi una aratura, poi una fresatura e in seguito un passaggio con il vibrocoltivatore, un passaggio che si ripeterà ancora molte volte. Lavorazioni anche fatte in tempi sbagliati che sollevano zolle di terra destinate a diventare come pietre e che rendono il terreno impercorribile all’uomo. Un modello di viticoltura mirato alle rese alte e allo sviluppo quantitativo in un moto folle a rincorrere sempre più produzione quanto minore è il prezzo a cui  le uve vengono vendute, innescando una spirale di diminuzione dei prezzi senza fine e un altrettanto infinito aumento dei supporti artificiali a una terra che semplicemente, e ragionevolmente, non riesce a dare da sola tutto quello che le chiediamo e tanto meno nel modo in cui glielo chiediamo.
Vedere questi contadini credersi felici dello stato delle cose perchè si sentono seguiti da chi sa più di loro, e avere in realtà la percezione sottile della loro infelicità, di quell’estraniamento di chi si sente espropriato e non capisce nemmeno cosa gli è stato tolto, perchè è un’intera identità data da conoscenze sedimentate nei secoli che gli è stata levata,  è tristissimo e fa capire che una grossa responsabilità sta in come si è interpretata la professione del consulente. Le figure dell’agronomo o dell’enologo, per chi comincia questo lavoro sono professioni di grande responsabilità, perchè effettivamente possono aiutarci moltissimo, l’agricoltura non si può improvvisare, ma proprio per questo motivo, bisognerebbe che la formazione di queste persone fosse seguita con estrema attenzione. Troppo spesso poi gli agricoltori si appoggiano ai consigli di chi rivende loro i prodotti, chi sta dietro al bancone dei consorzi agrari o dei punti di vendita, che nelle vigne o nei terreni di chi gli sta di fronte non ha mai messo piede. Non voglio colpevolizzare nessuno, ma c’è una logica che ormai pervade la società e sta nel concetto di moda e novità, che ha permeato tutto il mercato anche perchè funzionale al profitto delle aziende chimiche. La ricerca scientifica dovrebbe sapersi muovere su diversi piani e non solo quelli su cui si muove ora, e i vecchi saperi contadini dovrebbero essere rivalutati per dare forza e identità a questo mestiere dell’uomo che lavora la terra e permette a noi e al nostro pianeta la sopravvivenza. Mio padre, ‘biodinamico’ senza nemmeno saperlo, che compostava il letame e considerava gli animali il cuore dell’azienda agricola, aveva come ‘consulente’ Totò Barone, come il Don Vittoria di Arianna, un uomo senza lauree che gli ha permesso di condurre l’azienda in biologico sin dall’inizio. La sua intelligenza è stata capire che andava ascoltato e non modernizzato e scaraventato nel ‘progresso’.

Con Alice Colantonio davanti ad una favolosa minestra di ceci della proloco di Navelli.

Tanti poi i dibattiti a cui ho partecipato e in cui il livello, sempre molto alto, mi ha aiutato a riflettere. Tutte le persone che hanno parlato come relatori, o sono intervenute, avevano il comune denominatore di non essere lì per mettersi in mostra e in vendita, per crearsi un personaggio o per confermarlo, ma era invece una riflessione vera in cui le parole erano legate ad un significato profondo, in cui ciascuno metteva la sua esperienza e la propria volontà di capire e spiegare: la bella visione tecnica e artigianale di Gaspare Buscemi che ci ha presentato il decalogo dell’artigiano e una immagine della biodinamica interpretata  alla luce della conoscenza di processi razionali e tecnici appresi all’università; la passione sregolata e visionaria di Nicoletta Bocca che ci ha raccontato il rapporto fra le parole con cui si parla del vino e il contenuto che sta venendo a mancare come in una nuova epoca della sofistica, entrambi sentiti come relatori in un altro seminario. Sono passato dal linguaggio filosofico di Emanuele Giannone e Giampaolo Gravina, nel dibattito sulla degustazione dei vini naturali,  alle riflessioni dei degustatori critici come Alice Colantonio e Nicoletta Dicova, dalle immagini silenziose ma eloquenti di Giulia Graglia nel documentario Senza Trucco all’eloquenza silenziosa di Giulio  Armani nel parlare dei vini de La Stoppa e Dinavolo, dalla minestra di ceci della Proloco alla cena abruzzese in casa dei suoceri di Emanuele con una padellata di papaveri e tagliatelle allo zafferano. Due giorni densi e favolosi.

Quando sono partito pioveva a dirotto, ma in qualche modo, per me, dopo tutti questi mesi di solitudine, era come se il cielo fosse tornato di nuovo limpidissimo.

La gente a Navelli, una grandissima soddisfazione.

Rimettersi in movimento

Capita a volte che nella vita si debba ricominciare tutto da capo. E capita di dover ricominciare la stessa cosa che avevi fatto sino al giorno prima. Come in un brutto sogno, un giorno rientri a casa tua e ti trovi la porta della cantina chiusa e qualcuno che ti dice ‘Mi hanno detto di non farti entrare, tu sei fuori dall’azienda’. E’ una cosa a cui non riesci a credere, pensi che non sia vero e inizi a vivere una vicenda surreale che ti lascia l’impressione di essere stato cancellato dal giardino degli uomini, senti messo in discussione il tuo diritto ad esistere. Nonostante i disaccordi nella gestione e nelle finalità pensi sempre che alla fine qualcosa tenga tutto insieme o che ci si possa separare civilmente e ragionevolmente, dando a ciascuno la possibilità di continuare.
Ho lavorato sette anni per dare vita e impulso ad una azienda  che portava il nome della mia famiglia e che fino a quel momento aveva venduto le uve. Ho progettato una cantina nel 2000, nel 2005 abbiamo incominciato a vinificare e ho fatto nascere dei vini diversi che nella mia zona non esistevano, che portano in etichetta sin dall’inizio il mio nome, il nome dei miei amici più cari, persino quello di mio figlio. Ho accompagnato questi vini in giro per l’Italia, e poi per il mondo, spiegando a tutti quelli che incontravo come lavoravamo, come vinificavamo e cosa poteva nascere da Trebbiano, Catarratto, Perricone e Nerello in Contrada Cerasa. Ho conosciuto Nicolas Joly e nel 2005 ho cominciato a lavorare i vigneti in biodinamica, ho portato l’azienda in Renaissance des Appellations caratterizzandola nella serietà del lavoro naturale in vigna e in cantina. Ho lasciato il lavoro che facevo a Palermo per dedicarmi completamente ai vini di Cerasa, mi sono guadagnato la stima e la fiducia di importatori, rivenditori e clienti. L’azienda, attraverso la mia passione, stava crescendo e all’improvviso tutto questo si è polverizzato lasciandomi tra le mani i soli vigneti, senza nemmeno le attrezzature per lavorarli. Sono rimasto senza i vini, chiusi in cantina e valutati così poco a bilancio da far risultare l’azienda in perdita e togliermi la possibilità di averne una parte in proporzione al lavoro svolto , i vini su cui avevo lavorato sino a novembre 2011 sembravano, nella magia dei numeri, non essere nulla. L’annata 2011 che sono stato obbligato a lasciare non appena svinato, è un vino che non riesco più a riconoscere come mio. Sono rimasto senza una cantina, e se si riuscirà a portare a termine l’annata agraria, ancora non c’è un luogo dove vinificare. Sarà difficile ricostruire le cose in fretta, il vino ha tempi lunghi, ma io ho deciso di metterci tutte le mie forze perchè questo lavoro è la mia vita.
Con queste righe, che mi sentivo in dovere di scrivere per chiarire e spiegare la situazione  a chi mi ha seguito tutti questi anni, lo sguardo verso il passato però si chiude e si apre quello verso il futuro. Non c’è più tempo per recriminare, le cose da fare sono troppe.
Sono ripartito da capo dalle vigne e dal lavoro di vignaiolo,  e se riparti da una cosa che hai già fatto è più facile muoversi con consapevolezza nelle vicende di ogni giorno, riesci a trovare il modo di concentrare l’attenzione anche su cosa facilita un esperienza, quali sono i passaggi obbligati, quali le scorciatoie. Capisci che se non avessi mai fatto questo mestiere ci metteresti molto di più a districarti dalle difficoltà e allora ti viene voglia di raccontarlo a quelli che questo lavoro lo fanno per la prima volta, che iniziano e si sentono sperduti davanti a tutto ciò che c’è da fare.  Io sono ripartito e mi piace l’idea di poter raccontare a tutti quellli che in qualche modo hanno preso questa strada cosa significa fare vino da artigiani nella vita di ogni giorno, un po’ come sto facendo io. Raccontare le tantissime cose di cui questo lavoro è fatto. Questo blog parla di questo.